di Robby Giusti
C’è una frase che negli ultimi tempi è rimbalzata ovunque, nei titoli dei giornali e nei talk show: “Vannacci vuole le classi separate per i disabili”. Come spesso accade, ci si è fermati allo slogan. Ma chi ha davvero ascoltato le parole del generale Roberto Vannacci? Chi si è sforzato di capire il senso di una proposta che – nel merito – tocca una delle più grandi ipocrisie della scuola italiana?
Proviamo a fare chiarezza. Vannacci, nel corso di un’intervista, ha affermato:
“Un disabile non lo metterei a correre con uno che fa il record dei cento metri. Gli puoi far fare una lezione insieme, per spirito di appartenenza, ma poi ha bisogno di un aiuto specifico.”
Parole nette, sì. Ma profondamente sensate. Perché dicono qualcosa che tanti insegnanti, genitori e operatori scolastici pensano ogni giorno: non si può fingere che tutti gli studenti siano uguali. Non lo sono. E la vera uguaglianza consiste nel dare a ciascuno ciò di cui ha bisogno, non nel trattarli tutti allo stesso modo.
Inclusione di facciata o aiuto reale?
Nella scuola italiana post-1977, le “classi differenziali” sono state abolite. E giustamente. Ma con il passare degli anni, il concetto di inclusione è spesso degenerato in una forma di presenza obbligata ma inefficace. In troppe scuole italiane, l’alunno disabile sta in classe, sì. Ma non partecipa davvero. Non è seguito come dovrebbe. A volte l’insegnante di sostegno manca, altre volte è condiviso con troppi studenti, altre ancora – e succede davvero – è completamente inadatto.
In quel contesto, la domanda di Vannacci è scomoda ma legittima: è meglio un ragazzo disabile parcheggiato in una classe in cui nessuno riesce a seguirlo davvero, o un percorso didattico mirato, con strutture, tempi e strumenti costruiti su misura?
Non isolamento, ma valorizzazione
Va detto con chiarezza: Vannacci non ha proposto il ritorno alle classi-ghetto. Non ha parlato di segregazione o di esclusione. Ha proposto di affiancare al percorso comune dei momenti formativi differenziati, per valorizzare sia i ragazzi con più difficoltà che quelli con maggiori potenzialità.
Questa non è discriminazione. È differenziazione intelligente. È comprensione profonda delle esigenze educative. È ciò che già succede – senza polemiche – in molte scuole europee, dove la personalizzazione dell’insegnamento è un punto di forza, non un tabù.
Perché allora tutte queste critiche?
Semplice: viviamo in un’epoca in cui dire una verità scomoda ti costa l’etichetta. Se dici che l’inclusione, così com’è fatta oggi, spesso non funziona, allora sei “contro i disabili”. Se chiedi percorsi diversi per bisogni diversi, sei “per la segregazione”. E così il dibattito pubblico muore, soffocato da slogan e indignazioni pilotate.
Ma chi conosce davvero la scuola sa che la situazione attuale non regge. E forse è proprio questo il punto: Vannacci ha detto una verità che molti vivono, ma pochi hanno il coraggio di pronunciare ad alta voce.
La domanda che resta
Alla fine, tutto si riduce a questo:
Vogliamo che un ragazzo con disabilità sia “presente”, per metterci la bandierina dell’inclusione, o che sia davvero aiutato a crescere, imparare, realizzarsi?
Chi ha a cuore la dignità delle persone fragili dovrebbe combattere contro la retorica vuota e chiedere – come fa Vannacci – soluzioni reali, efficaci, oneste.
Non si tratta di dividere. Si tratta di valorizzare. E per farlo serve coraggio.
Robby Giusti
#Inclusione #Disabilità #Scuola #Vannacci #VeritàScomodeDetteBene #Riflessioni

Aggiungi un commento