Dal 1° giugno una decisione che spiazza la sinistra europea.

La sinistra europea ha esultato troppo presto. Troppo, davvero. Appena archiviata l’era Orbán, nei salotti buoni dell’europeismo militante è partita la solita musica: brindisi anticipati, analisi entusiaste, editoriali pieni di sottintesi, tutti più o meno costruiti attorno alla stessa idea. Finalmente l’Ungheria sarebbe tornata “normale”. Finalmente Budapest avrebbe smesso di fare resistenza. Finalmente Bruxelles avrebbe potuto riallacciare il guinzaglio senza troppi strattoni.

Il problema, però, è che la realtà spesso ha il brutto vizio di non rispettare i comunicati stampa dell’establishment.

E infatti, mentre molti avevano già preparato il racconto perfetto, Péter Magyar ha cominciato a dire cose che stanno mandando di traverso il dessert a mezza sinistra europea. Perché il punto è proprio questo: una parte del sistema politico-mediatico aveva venduto Magyar come il volto nuovo utile a chiudere la parentesi sovranista ungherese. Il volto presentabile. Il volto moderato. Il volto spendibile. Insomma, il personaggio giusto per rassicurare Bruxelles e far credere a tutti che, cambiato il nome, sarebbe cambiata anche la sostanza.

E invece no.

Perché sui temi che contano davvero, cioè quelli che toccano identità, confini, immigrazione, demografia e sovranità nazionale, Magyar non sta affatto parlando come si aspettavano certi ambienti europei. Anzi, sta dicendo cose che, lette senza filtri ideologici, rischiano di creare un piccolo cortocircuito nelle redazioni e nei partiti che avevano già celebrato la “liberazione” dall’orbanismo.

Confini blindati.
Stop all’immigrazione illegale.
No ai diktat dell’Unione Europea sulla redistribuzione.
Difesa della sovranità nazionale.
E soprattutto una scelta che pesa politicamente moltissimo: dal 1° giugno stop ai lavoratori extra Ue.

Sì, avete letto bene.

Non si tratta soltanto della solita linea dura contro l’immigrazione clandestina, tema sul quale ormai la frattura con una certa visione progressista era già nota. Qui si va oltre. Qui si mette in discussione anche quel modello che una parte dell’Europa considera quasi sacro: compensare problemi interni, carenze di manodopera e squilibri economici importando forza lavoro dall’esterno, possibilmente a basso costo, possibilmente in fretta, possibilmente senza porsi troppe domande sulle conseguenze sociali, culturali e identitarie nel medio periodo.

Ed è proprio qui che la narrazione costruita in fretta e furia comincia a scricchiolare.

Perché se il nuovo leader ungherese, anziché smontare l’impianto di difesa nazionale lasciato da Orbán, decide di conservarne i pilastri e addirittura irrigidirne alcuni aspetti, allora tutta la favola del “dopo Orbán” come ritorno docile all’ordine europeo comincia a sembrare per quello che è: una lettura ideologica, affrettata e, come spesso accade, lontana dalla realtà.

Altro che svolta progressista.
Altro che inversione di marcia.
Altro che “finalmente senza Orbán”.

La verità, detta senza girarci troppo attorno, è molto più semplice e anche molto più scomoda per chi aveva già aperto le bottiglie: quelli che pensavano di essersi liberati del problema rischiano adesso di scoprire che Orbán, a confronto, era di sinistra.

Naturalmente è una provocazione. Ma fino a un certo punto.

Perché Orbán era il nemico perfetto del circuito progressista europeo. Era comodo da attaccare, facile da etichettare, utile da trasformare nel simbolo di tutto ciò che andava demonizzato: sovranismo, patriottismo, resistenza ai diktat comunitari, difesa dei confini, centralità della famiglia, priorità nazionale. Orbán era il “cattivo” ideale, quello su cui scaricare ogni riflesso condizionato del moralismo europeo. Bastava nominarlo e il gioco era fatto: il mostro era servito, la superiorità morale pure.

Magyar, invece, rischia di essere molto più scomodo.

Perché magari ha toni diversi. Magari ha una confezione diversa. Magari ha un linguaggio più levigato, meno ruvido, più adatto ai corridoi di Bruxelles. Magari non offre agli avversari lo stesso bersaglio caricaturale. Ma proprio qui sta il punto politico: se nella forma cambia il volto, ma nella sostanza restano saldi i princìpi di fondo, allora per l’establishment il problema non finisce. Peggiora.

Perché diventa più difficile da colpire.

Se un leader difende i confini, rifiuta l’immigrazione incontrollata, rivendica la priorità per i propri cittadini, insiste sulla natalità nazionale, non vuole piegarsi a meccanismi automatici imposti dall’alto e pensa ai rimpatri come parte di una strategia di ordine e sovranità, allora il messaggio che arriva è chiarissimo: il problema non era Orbán come persona. Il problema, per Bruxelles e per la sinistra europea, era e resta l’idea stessa che una nazione possa voler decidere da sola chi entra, chi resta, che modello sociale intende difendere e quale equilibrio demografico considera sostenibile.

Ed è qui che il castello retorico comincia a traballare.

Perché molti hanno confuso la fine di un leader con la fine di una visione. Hanno scambiato il cambio di nome sulla porta con il crollo di un’intera impostazione politica. Ma evidentemente il consenso su quei temi non nasceva soltanto dal carisma o dal protagonismo di Orbán. Nasceva da qualcosa di più profondo: un pezzo di popolo ungherese, e non solo ungherese, continua a pensare che i confini vadano difesi, che l’identità non sia una barzelletta, che la sovranità non sia una parola sporca e che il futuro di una nazione non possa essere affidato soltanto alle ricette tecnocratiche di Bruxelles.

E questa, per qualcuno, è la notizia peggiore.

Perché a quel punto non basta più abbattere un simbolo, delegittimare un leader o cambiare il nome del protagonista. Bisogna fare i conti con il fatto che certe idee continuano a vivere, a circolare e a trovare spazio anche in figure nuove, magari più presentabili, forse persino più difficili da delegittimare con gli slogan usati fino a ieri.

Insomma, la sinistra europea ha gridato alla vittoria troppo presto. Ha visto la fine di Orbán e ci ha letto automaticamente la fine dell’orbanismo. Ha creduto di poter archiviare con leggerezza un intero impianto politico solo perché cambiava l’interprete. Ma oggi si sta accorgendo che la musica, sotto sotto, non è cambiata affatto. E forse è proprio questo che fa così male.

Perché un avversario che urla è facile da dipingere.
Uno che dice le stesse cose con toni più sobri è molto più pericoloso.

E allora sì, davanti a tutto questo, una risata me la faccio anch’io.
Perché mentre loro festeggiavano la fine del problema, il problema stava già rientrando dalla porta principale. Solo con una giacca diversa.

Robby Giusti

Robby Giusti è un uomo dalle molte vite. La musica è la sua più grande passione, lo ha portato a firmare con EMI Music, vincere Sanremo International e collaborare con artisti di fama. Ma il suo percorso non si è fermato lì.

Dall’Accademia Militare di Modena alla politica, dall’imprenditoria nel settore immobiliare e dei marmi alla comunicazione, ha sempre seguito la voglia di sperimentare. Ha fondato una casa editrice, una casa di produzione cinematografica e oggi è tra i maggiori esperti di social media in Italia.

Tra satira e opinioni, musica, televisione e impegno sociale, continua a reinventarsi, senza mai abbandonare la sua passione per l’arte. Per lui, ogni sfida è solo un nuovo inizio.

"Ogni dubbio è lecito..."

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