di Robby Giusti
Sembra il titolo di un film comico, di quelli che passano su Italia 1 a tarda notte: “Missione Groenlandia: la vendetta di Trump”. E invece è tutto vero.
Donald Trump, ex presidente (e forse futuro, a giudicare dai sondaggi) torna sulla scena internazionale e lo fa come solo lui sa fare: con dichiarazioni che dividono l’opinione pubblica tra chi ride e chi si preoccupa.
Durante un’intervista alla rete NBC, The Donald ha riaperto un vecchio dossier: l’annessione della Groenlandia agli Stati Uniti.
Non è una battuta. È una proposta politica. Anzi, strategica.
“È fondamentale per la sicurezza internazionale”, ha detto Trump con tono solenne. “Non escludo l’uso della forza”.
Una frase che in bocca a un ex presidente degli Stati Uniti non suona proprio come un’ipotesi accademica. Soprattutto se la dice con lo stesso tono con cui si ordinerebbe un Big Mac.
Groenlandia: sogno strategico o nostalgia imperiale?
Non è la prima volta che Trump punta il dito (o la bandiera) verso la Groenlandia.
Già nel 2019 aveva cercato di “acquistarla” dalla Danimarca, ricevendo una risposta diplomatica ma ferma: non è in vendita.
Oggi, nel pieno di una nuova corsa alla Casa Bianca, quell’idea torna prepotente.
Ma stavolta il messaggio è diverso: non c’è solo l’offerta. C’è anche la minaccia, almeno velata.
“Se la annetteremo, ci prenderemo cura della popolazione. La ameremo”, ha assicurato Trump.
Una promessa che suona un po’ come quando il gatto promette alla gabbia che con l’uccellino sarà affettuoso.
In realtà, dietro l’apparente follia c’è un disegno geopolitico chiaro: la Groenlandia è un punto strategico nell’Artico, ricca di risorse naturali e posizionata in un’area che fa gola a Stati Uniti, Russia e Cina.
Solo che mentre gli altri studiano piani diplomatici e alleanze, Trump va dritto come un carro armato: “ce la prendiamo e via”.
Alcatraz, film stranieri e il ritorno del nazionalismo muscolare
Ma la Groenlandia non è l’unico “colpo di scena” nel copione trumpiano.
Nel frattempo, sempre tramite la sua piattaforma Truth Social, ha annunciato la riapertura del carcere di Alcatraz, chiuso nel 1963 e diventato nel tempo una meta turistica.
Non sarà un museo ampliato, ma una vera prigione per “i criminali più spietati d’America”.
Un ritorno simbolico a un certo tipo di narrazione: legge, ordine e punizione esemplare.
E non finisce qui.
In un’altra dichiarazione social, Trump ha dichiarato guerra anche al cinema straniero: “Vogliamo film fatti in America. Di nuovo.”
Via quindi “Parasite”, “La Vita è Bella” e qualsiasi pellicola non rigorosamente americana.
Al loro posto, probabilmente, sequel infiniti di Rambo e Rocky, con colonne sonore a base di trombe militari e bandiere a rallentatore.
La motivazione? “I film stranieri sono una minaccia alla sicurezza nazionale”.
Sì, avete capito bene: la minaccia non sono le testate nucleari, ma le produzioni francesi e italiane.
Il ritorno di un copione già visto
Donald Trump sta rimettendo in moto il suo vecchio copione elettorale, fatto di muscoli, nazionalismo, provocazioni e frasi a effetto.
Ma se nel 2016 sembrava un’eccezione, oggi sembra essere diventato un format esportabile.
Nel mondo in cui i populismi crescono a ogni crisi, il “Trump style” non è più solo americano: è una tendenza globale.
E allora viene da chiedersi: è satira o realtà?
Perché se uno dice “ci prendiamo la Groenlandia con la forza”, e lo dice da possibile presidente degli Stati Uniti, non siamo più in un talk show.
Siamo nel 2025. E tutto, anche l’assurdo, può diventare notizia.

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